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Il Territorio > Il Poliziano |
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Angiolo Ambrogini detto il Poliziano
Montepulciano, 1454-1494
Il più elegante poeta dell'Umanesimo. Non ancora sedicenne tradusse in versi latini quattro libri dell'Iliade e quest'opera, lodata da Lorenzo il Magnifico, gli valse la protezione di questo principe letterato, che ebbe sempre grande affetto per il poeta.
Nato a Montepulciano nel 1454, Angelo Ambrogini, detto il Poliziano dal nome latino della sua patria (Mons Politianus), giunse a Firenze fanciullo e, come già detto, aveva ottenuto protezione dalla famiglia dei Medici, per i quali conservò sempre affettuosa devozione. E a Firenze la sua vita, che si protrasse appena fino al 1494, si svolse tranquilla, tutta dedicata ai suoi studi prediletti e alle cure dell'insegnamento di arte oratoria e poetica, che egli professò in quello Studio fino dal 1480.
A ventisei anni aveva la cattedra di eloquenza greca e latina nello Studio fiorentino. Eruditissimo, latinista e grecista insigne, lasciò una Miscellanea in cui raccolse vasto materiale critico e filologico; ed egualmente ricco di erudizione è il suo Epistolario.
In latino scrisse liriche, versioni dal greco, prolusioni in versi ai corsi che teneva nello Studio, e un Commentario detta Congiura dei Pazzi; in greco vari epigrammi. Ma la sua gloria maggiore è legata ai suoi scritti in volgare. Nelle liriche, canzonette e ballate, e nei rispetti, rivelò una vivacità e una musicalità limpide e fresche, che non hanno confronto. Nel 148O scrisse, dietro richiesta dei Gonzaga, la favola d'Orfeo, competizione drammatica secondo lo schema della sacra rappresentazione, che è il primo dramma di soggetto profano in lingua volgare.
E con grande cura si applicò, a più riprese, alla sua opera maggiore, le Stanze per la Giostra del Magnifico Giulia di Piero dei Medici, in cui volle celebrare la vittoria ottenuta da Giuliano in un torneo. L'opera rimase incompiuta. Il Poliziano non fu poeta di vasto respiro, ma superò tutti i contemporanei per eleganza di stile, gioiosa e colorita rappresentazione, intuizione nitida e felice della natura. E seppe così perfettamente fondere la vivacità popolaresca del nuovo mondo umanista con le raffinatezze della cultura, che con lui il volgare diviene, per la prima volta, vero linguaggio di aristocrazie quale non fu nemmeno in Lorenzo, nel Pulci e nello stesso Boiardo.
Come umanista, il Poliziano è il maggiore del suo secolo: come poeta latino appena gli contende la palma il Pontano. Ma la sua fama è dovuta sopra tutto alle opere in volgare, alle Stanze per la Giostra, all'Orfeo, alle Ballate e ai Rispetti. Non è, quella dell'Ambrogini, un'anima sovrana, capace di ritrarre dall'intimo un personaggio o un carattere: è piuttosto un'anima di fanciullo, che palpita di ingenua ammirazione per le bellezze della natura, che tutto si abbandona gioiosamente al flusso delle sensazioni e le trasfigura in poetici fantasmi.
Per questo il Poliziano è lo scrittore che primo ti dà il senso e il respiro della Rinascenza e trasfonde nel lettore la stessa impressione che il contemplatore riceve dinanzi a certi quadri semplici e ingenui di taluni pittori del '400.
Più ancora di costoro il Poliziano prelude al Rinascimento, di cui ha la signorilità e la ricchezza, e le ottave delle Stanze per la Giostra furono il modello primo a cui si riferì l'Ariosto e che solo da lui fu superato.
Che freschezza in certe rappresentazioni delle Stanze, qual meravigliosa consonanza nei singoli elementi, che attestano tutti la intensità della visione interiore! Eppure il Poliziano è riuscito a ottener questi effetti, malgrado che le Stanze siano nel primitivo motivo ispiratore una poesia di sforzo, imposta da una pratica contingenza, quale era quella di celebrare la vittoria riportata da Giuliano dei Medici in una giostra tenutasi il 28 gennaio 1475. Ma egli ha saputo a poco a poco liberare i propri interni fantasmi dall' impaccio del tema obbligato (il Poliziano non era fatto per la poesia cortigiana) e dal viluppo della soverchiante erudizione, e ha scoperto il vero centro della sua ispirazione: la contemplazione serena e ingenua della bella natura, che tutto si abbandona gioiosamente al flusso delle sensazioni e le trasfigura in poetici fantasmi.
Di qui la mancanza di unità, che altri ha inutilmente negato, nelle Stanze: le figure dominanti, che dovrebbero dare il tono al poemetto, Iulio e Simonetta, pur ritratte cosi felicemente in certi loro aspetti esteriori e particolari, sono prive di intimità: ma stupendamente poetica è la cornice in che sono inquadrate, l'atmosfera in cui esse si muovono e vivono. Non dunque un'arte dai sensi sottili e complicati o dalle profonde intuizioni psicologiche: ma un'arte di ispirazione prevalentemente pittorica, la quale si realizza in mirabili frammenti, che sono altrettanti piccoli capolavori.
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